3/02/2009

Cuando despertó, el dinosauro todavía estaba allí.

Il racconto brevissimo di Augusto Monterroso venne pubblicato nelle sue Obras Completas nel 1959. Come mai dunque affascinò allora e continua ad affascinare oggi? Perché ne parlarono entusiasti fra gli altri Calvino, Garcia Marquez e Jorge Luis Borges?

Io credo che sia per le tantissime sfumature e suggestioni che questa immagine porta con sé.

Mi proverò perciò a tentare alcune traduzioni, al limite del fantasioso (e dell’oltraggioso, aggiugerei).

La traduzione più semplice è banale, ed è data dalla contiguità delle lingue spagnola ed italiana – la lingua è lo spagnolo di fatto, ma poiché Monterroso era guatemalteco di padre e onduregno di madre, essa aveva una potenza che lo spagnolo da solo non avrebbe mai potuto avere. Dicevo, la traduzione semplice: “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì”.

Chi si svegliò? E come mai aveva di fianco un dinosauro?

L’analisi può farsi ben più profonda se azzardiamo qualche ipotesi aggiuntiva. Lui (o lei) non potevano essere in una stanza, e dunque non potevano essere in un letto: poiché il dinosauro non vi sarebbe entrato – scarto, come poco probabile, l’ipotesi che si trattasse di un dinosauro piccolo: doveva trattarsi naturalmente di un dinosauro enorme.

Inoltre, questa storia racconta un anacronismo evidente: un essere umano non avrebbe mai potuto alzarsi di fianco a un dinosauro – i dinosauri, si sa, si estinsero sessantacinque milioni di anni fa, mentre l’homo sapiens è apparso appena duecentomila anni fa. Dunque chi è costui che si alza a fianco del dinosauro? E quando accadde questo fatto?

Questo mi porta ad immaginare una traduzione un po’ più libera, ma che secondo me raccoglie meglio il senso di meraviglia che le sette parole originali di Monterroso portano con sé: “Quandò si svegliò, il dinosauro, tuttavia, stava lì

Perché ovviamente accadde qualcosa, prima che egli o ella si addormentasse! E certamente, quando quel qualcosa accadde, il dinosauro era lì! Accadde qualcosa, vorrei dire, che gettava le premesse per cui il dinosauro dovesse partirsene: e invece era ancora lì! E cosa poteva essere questo accadimento. Dal mio punto di vista, è ovvio il motivo per cui il dinosauro doveva essersene andato: perché si era, nel frattempo estinto.

La seconda traduzione introduce il senso del tempo:il dinosauro non è enorme solo nello spazio: bensì è enrome anche nel tempo. Egli o ella si addormentano, ma non sappiamo per quanto. E se si fossero addormentati per centinaia di milioni di anni? E dunque, al loro risveglio, quale meraviglia soprannaturale: “il dinosauro tuttavia stava lì” - nonostante l’intercorsa estinzione.

Questi pensieri oziosi mi portano a quella che secondo me, pur essendo la meno fedele di tutte, è la traduzione che meglio conserva la primitiva meraviglia e mistero che le parole originali di Augusto Monterroso celano.

Io propongo dunque questa traduzione: “Quando scappò, il dinosauro tuttavia stava lì”.

Il dinosauro è l’enormità del tempo e dello spazio, cui l’essere umano non può fare a meno di sfuggire: poiché al suo risveglio lo troverà sempre accanto. Il dinosauro è la metafora dell’onnipresente senso di mistero che avvolge e comprende le nostre vite. In questo senso, infine, il dinosauro è Dio.

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categoria:dio , dinosauro, monterroso
30/10/2008
Noto che le persone che hanno successo, in quasi tutti i campi, sono persone estremamente comunicative. La cosa curiosa è che, generalmente, tra le tante cose che comunicano, poche sono "intelligenti" o "brillanti". Spesse volte, queste persone che hanno molto successo, fanno carriera e sono sulla bocca di tutti, dicono poco più che delle scemenze. Altre volte dicono cose semplicemente banali, talvolta invece ci illuminano dicendo con poche parole qualcosa di davvero notevole. Sembra in ogni modo  che la loro principale caratteristica sia "esserci". Questo è particolarmente vero nelle istituizioni: in politica, o nelle grandi aziende, o nelle organizzazioni sociali. Le persone che emergono, che fanno carriera, sono quelle che conoscono tutti, sono amici di tutti, e tutti ritengono, a torto o a ragione, dalla propria parte.
Non vorrei che chi mi legge pensasse che dica queste cose con astio, tuttaltro. La mia è una semplice constatazione, che faccio con una punta di amarezza. Ho sempre cercato infatti di parlare il meno possibile, di "contare fino a dieci" prima di dire qualcosa (o di mandare un e-mail!) Ho cercato di essere onesto e leale e di far capire alle persone che per me non contano molto la verità, e cioè che per me non contano molto.
Ho verificato nel corso degli anni che questo atteggiamento non paga. Sono tuttavia riluttante ad abbandonarlo.
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categoria:amicizia, successo, savoir faire
20/10/2008
No: non c'è Flickr per la poesia! Mi ritrovo piuttosto invidioso nei confronti degli artisti delle arti "veloci" - la fotografia, la pittura, persino la musica - nel senso di "veloci da fruire". Esistono due motivi fondamentali per cui non c'è Flickr per la poesia. Uno: la poesia non ha lingua universale. La lingua, che pure è elemento irrinunciabile della poesia, non è universale: di fatto, al tempo di Internet, la poesia è tagliata fuori perché ha un'audience limitata alla sua lingua. (E no, non esiste una lingua universale: e comunque la poesia è tale solo nella sua particolare lingua). Due: la poesia non è immediatamente fruibile: non è veloce. Ha dei "prerequisiti" necessari - tra tutti, la conoscenza di altra poesia, la conoscenza delle regole sintattiche, grammaticali, semantiche, e poi la conoscenza di almeno qualche elementare nozione di ritmo e di retorica.
Esistono artisti che stimo moltissimo (tra tutti il duo Ned & Aya Rosen) che, operando in settori quali la fotografia e l'audiovideo, possono usufruire di Internet come di veicolo di diffusione della loro arte, contando sulla capacità dell'Uomo di riconoscere il Bello e l'Arte, subito, in ogni parte del mondo senza dover ricorrere ad alcun sostrato aggiuntivo. L'arte di questi artisti è disponibile qui e ora, in tutto il mondo, ed è fruibile immediatamente, nello spazio di tempo di un battito di ciglia o di un respiro.
Al poeta - di qualsiasi idioma - questa possibilità è preclusa.
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15/09/2008
Ho la fortuna di lavorare a pochi metri dal mio vecchio liceo, e oggi mi sono deciso a tornarci, a fare un piccolo esercizio di viaggio nella memoria. Un'impressione! Tutto è cambiato e forse nulla è cambiato davvero. Camminavo lentamente nel grande atrio, e poi su per le scale che conducono al Liceo Scientifico (la struttura è omnicomprensiva, c'è anche una Ragioneria e un ITIS) e, ancora, nelle classi. Piano piano ritrovavo con immenso stupore il ragazzino che ero stato, l'Alessio Saltarin a sedici anni e mi ci ritrovavo ora, mi trasformavo in lui, ero lui! Sono passati più di vent'anni e quasi non mi riconoscevo. A sedici anni, ho sentito sulla pelle il ricordo che fa più male, ma forse anche quello più autentico: io allora avrei voluto soprattutto nascondermi, e tutto mi faceva paura. Gli altri, soprattutto, mi facevano paura: i miei coetanei, i professori, le ragazze. A sedici anni ero uno sfigatino che non aveva niente in comune con i suoi coetanei, rigido e ingessato nel giudicare il mondo con eccessiva severità, e soprattutto incapace di muovermi nel mio stesso terreno. Mi fa un'infinita tenerezza l'Alessio Saltarin a sedici anni! Vorrei avvicinarlo, mentre resta educatamente seduto in classe all'intervallo, e cercare di consolarlo, almeno un po'. "Ce la farai, vedrai, andrà tutto bene: uscirai dal guscio"... E uscendo pensavo che di lì a qualche anno mi sarei preso le mie prime soddisfazioni, avrei goduto di timide e parziali vittorie che mi hanno fatto crescere e fatto diventare la persona che oggi riconosco sotto il segno dell'"Io". Ma il ragazzino di sedici anni che ero è rimasto, adesso lo so, sepolto ma ancora vivo dentro di me, ed esce quando affronto le peggiori sconfitte, quando mi ritrovo solo e senza vie d'uscita apparenti.
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categoria:solitudine, liceo, adolescenza
5/08/2008
Ho letto da qualche parte questa massima: "Il grande uomo è colui che fa sentire ogni uomo grande" e lì per lì mi ero anche lasciato convincere: è vero, ci sono quelle persone che mettono ognuno a proprio agio, che lo fanno sentire importante, che lo ascoltano. Ed è vero che io pecco proprio in quel campo, sono incapace di scorgere negli altri la grandezza, mentre mi salta all'occhio subito, evidente, ogni mediocrità.
Ero dunque affascinato da quella frase, e pensavo che avrei dovuto adeguarmici, prima o dopo. Poi ho ci o riflettuto e ho cambiato completamente idea.
La frase di cui sopra evidenzia sostanzialmente un comportamento ipocrita: non è vero che ogni uomo è grande, anzi: la grandezza è merce assai rara. Quindi se io faccio sentire ogni uomo grande, sono solamente un adulatore, un falso e un ipocrita. Probabilmente utilizzo con calcolo questo atteggiamento, sperando di ricavarvi favori o comunque di essere preso in simpatia. E non è forse questo il vero qualunquismo? Se ogni uomo è grande, allora ogni cosa è buona, ogni idea meritevole di plauso, ogni comportamento in qualche modo giustificabile.
No, niente di tutto ciò! Preferisco essere vero e sincero con me stesso, e non partire da presupposti inutilmente indulgenti nei confronti del prossimo. Con l'opportunità di sorprendermi nel trovare briciole di grandezza in chi, superficialmente, avevo giudicato male.
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7/07/2008
Mi fa uno strano effetto vedere LaraMart, il lavoro di quasi due anni, finalmente congelato, definito, in una parola: pubblicato. Intanto ho molta paura che sia frainteso. Il titolo per esteso: "LaraMart e il club dei nudisti del doposcuola" può facilmente portare a considerare il contenuto come porcaccione o erotico di serie B. Non escludo che sia entrambe le cose, anche se dal mio punto di vista, LaraMart è un lavoro sull'adolescenza, sulla solitudine e sulla malattia. LaraMart è una ragazza - una bambina - molto intelligente, molto sola e molto malata. In lei malattia fisica ed esperienza si fondono a creare un unico particolarissimo: la gioventù vissuta come un dono a termine, come una bevenda alcolica ghiacciata da bere tutta d'un fiato.  LaraMart è anche il sogno utopico del nudismo come una specie di status che distingue la realtà - la realtà degli uomini vestiti - dalla fantasìa - la fantasia degli adolescenti nudi. Anche qui, sono ben conscio del noto paradosso secondo cui i nudisti sono quelle persone che nessuno vorrebbe mai vedere nude. Per questo il nudismo di Lara e dei suoi amici è paradossale e utopico. E comunque il nudismo di LaraMart è un nudismo privato, intimo, rivolto solo alla ristrettissima cerchia degli ammessi alla casetta. Lei stessa, ad un certo punto si stupisce del proprio pudore a mostrare il seno a un medico: vado in giro per la casetta tutta nuda davanti ai miei amici, scrive, e poi mi imbarazza farmi vedere dal dottore. LaraMart è anche soprattutto un'icona della verginità, intesa in senso lato: Lara è verginissima, nonostante tenti in tutti i modi, maldestramente, di uscire da questa condizione psicofisica. LaraMart, infine, è un blog. Uno scritto brevissimo diviso in capitoletti brevissimi. Una scrittura volutamente sintetica al limite del fastidio, un ritmo volutamente interrotto e sincopato... come quello del cuore di Lara. Auguro a tutti coloro cui capiterà di incrociare LaraMart una felice lettura.

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categoria:libro, malattia, solitudine, adolescenza, nudisti, laramart
2/07/2008
Sto finendo di editare il mio ultimo libro, "LaraMart e il club dei nudisti del doposcuola", che originariamente doveva essere una giallo, mentre poi è diventato a tutti gli effetti una sorta di seguito ideale del "Diario di Lorely". E mentre faccio questo lavoro tedioso - in gran parte di correzione di errori tipografici e di sviste - penso che mi vergogno moltissimo di quello che scrivo. A me sarebbe piaciuto veramente scrivere qualcosa tipo "L'amore ai tempi del colera" di Gabo, ma mi vengono sempre fuori questi romanzetti che in realtà non sono nemmeno tali, ma sono dei diari scritti con le mani pacioccone intinte nella marmellata del desiderio, dei perduti tempi adolescenziali, dell'età in cui tutto era il contrario di una scelta...

Ma divago. Quello che voglio dire è che lo scrittore non sceglie mai quello che vuole scrivere. Non esiste una scelta tematica o stilistica. E' semplicemente un accadimento: un giorno ti svegli e un'immagine potente e una storia ti prendono con violenza - metaforicamente, ti violentano - affinché tu metta in fretta nero su bianco la storia, dia alla storia la forma per la quale è nata: il libro. Certo, certo ne aveva parlato Pirandello, e comunque ogni scrittore sa di cosa sto parlando. Uno scrittore scrive sempre e solamente una sola storia - la sua storia - e come il vecchio marinaio di Coleridge porta con sé la maledizione di dover a tutti i costi raccontare la sua storia: non importa che egli la condivida o no, e in ultima analisi, che sia contento e orgoglioso di quello che ha scritto.

Nonostante questo mio dispiacere e disappunto nel constatare la pochezza di quanto ho messo sulla carta, amo LaraMart come ho amato Lorely, e in definitiva io sono LaraMart così come fui Lorely.
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6/06/2008

Scrivo qui un estratto del libro di Lenedra Carrol “The Architecture of All Abundance, di cui tento una maldestra traduzione dall’inglese.

Lenedra parla di quando lei faceva le scuole elementari, e parla del suo maestro C.:

“Ci raccontò di come alcuni scienziati presero un cucciolo di coniglio e lo allontanarono dalla mamma appena possibile. Lo misero in un cesto con una chioccia, perché le chiocce com’è noto accettano i cuccioli di altre specie. Il che è interessante di per sé. Comunque, il coniglietto crebbe con la chioccia e imparò un sacco di abitudini da pollo. Beccava il cibo. Si appollaiava con gli altri polli ogni sera. Saltellava in modo strano, come un pollo.

Ciò che successe dopo è la parte migliore. Quando fu cresciuto, gli scienziati presero il coniglio e lo misero di nuovo insieme agli altri conigli. Morivo dalla curiosità, pensavo: qui succede qualcosa di grandioso! Il coniglio capirà immediatamente che lui è un coniglio, non un pollo, e sarà molto felice di saperlo finalmente. Ma invece no! Il coniglio si isola in un angolo della gabbia e non vuole avere niente a che fare con gli altri conigli. E’ così scontento che smette di mangiare e di bere. Alla fine sono costretti a rimetterlo con i polli per non farlo morire. E subito si mette a beccare il cibo ed è molto contento di essere tornato a casa! Il maestro C. ci spiega che ciò che gli scienziati hanno imparato da questa esperienza è che tutti gli animali, e le persone anche, imparano i loro comportamenti quando sono giovani. Gli vengono insegnati. [...] Davvero sorprendente! Questa è di gran lunga la cosa più sorprendente che io abbia imparato a scuola finora. [...] Questa storia è come un tesoro sommerso.  [...] Ci penso la maggior parte del tempo. [...] Cosa accadrebbe se una persona fosse allevata da una chioccia? Preferirebbe dormire in un pollaio piuttosto che in un letto? Gli animali hanno mai allevato persone? Riuscirebbero a imparare a parlare? Il maestro C. mi dice che è successo qualche volta e che la persona non è mai riuscita a vivere con altre persone e a imparare a parlare. La cosa mi sembrava molto strana e mi condusse a una serie di pensieri che cominciavano a preoccuparmi. Che cosa accadrebbe se uno fosse allevato in una gabbia e non gli fossero state insegnate le cose giuste? Che cosa accadrebbe se qualcuno gli insegnasse apposta le cose sbagliate, oppure anche senza farlo apposta? Riuscirebbe a sapere che sono cose sbagliate? Riuscirebbe mai a immaginarlo?

Cominciavo a farmi domande sulle cose che mi erano state insegnate. Così ho cominciato a fare attenzione. Ed è stato lì che ho cominciato a impaurirmi. A casa, non sapevo se qualcuno mi stava insegnando qualcosa. Almeno non qualcosa davvero importante su ciò che significa essere un essere umano. [...] Come avrei mai potuto sapere di avere una buona vita umana?”

Il tema è interessante. Penso a dei genitori con i loro bambini, ma anche a me stesso, con l’educazione che ho ricevuto e con le implicazioni che questa educazione hanno su di me come essere umano, oggi.

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22/05/2008

Arenzano

Ho questo sogno, incubo, ricorrente.

Sono sulle Alpi Liguri e sono capace di volare, ma a grandi balzi e con l'aiuto di una specie di rozzo deltaplano. Mi costringo a raggiungere il mare buttandomi giù. Nel farlo mi ferisco gravemente e rischio la morte. La caduta, o il volo verso il mare, sono angosciosi, ma l'esperienza, nel complesso è bellissima.

(Nell'immagine, con Virtual Earth sono riuscito a trovare il posto esatto del mio sogno, vicino ad Arenzano)
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17/05/2008
Come sono invecchiato, pensavo mentre facevo la solita camminata del Sabato verso il centro del paese, mi fa fatica persino passeggiare! Poi ho pensato, con sollievo, che in realtà a me ha sempre fatto fatica camminare. Quando ero bambino strepitavo quando i miei genitori mi facevano passeggiare per i budelli liguri, e da adolescente trovavo insopportabile l'idea, tanto amata da mio padre, di "fare una passeggiata". L'atto di camminare, e non cammino mai se non "spedito", rappresenta per me un disagio fisico e mentale. Viceversa, nell'acqua, nuotando, mi rilasso. Coprirei distanze enormi nuotando a rana, unico modo di muovermi sulla Terra che io trovi perfettamente naturale. Mi sento molto più a mio agio nell'acqua - specie nell'acqua dolce, quindi nei laghi - che non sulla terraferma. Credo che sia anche per questo motivo che adotto sempre più spesso come mio simbolo personale la rana (una volta preferivo, per questioni estetiche, il delfino, che però meno mi assomiglia). Del resto, la rana ce l'ho nel nome, e nomen est omen. (Il Sapo Saltarin è un tipo di rospo, celebrato nelle favole spagnole).
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categoria:sapo saltarin